Folk songs: 20. Barbara Allen

Anonimo (sec. XVII): Barbara Allen, ballad di origine scozzese. Alfred Deller, controtenore; Desmond Dupré, liuto.

In Scarlet town where I was born
There was a fair maid dwellin’,
Made ev’ry youth cry «Well-a-day.»
Her name was Barbara Allen.

All in the merry month of may,
When green buds they were swellin’,
Young Jemmy Grove on his death-bed lay
For love of Barbara Allen.

So slowly, slowly she came up,
And slowly she came nigh him,
And all she said when there she came:
«Young man, I think you’re dyin’.»

When he was dead, and laid in grave,
Her heart was struck with sorrow.
«Oh mother, mother, make my bed:
For I shall die tomorrow.»

Farewell, she said, ye virgins all,
And shun the fault I fell in:
Henceforth take warning by the fall
Of cruel Barbara Allen.

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Folk songs: 15. Dulcina

 
Anonimo (sec. XVII): As at noon Dulcina rested, ballad su testo attribuito erroneamente a sir Walter Raleigh (1554? - 1618). Ellen Hargis, soprano; Paul O’Dette, cittern; The King’s Noyse, dir. David Douglass.

As att noone Dulcina rested
  In her sweete & shadie bower;
Came a sheppard, & requested
  In her lap to sleepe an houre.
    But from her looke
    A wound hee tooke
  Soe deepe, that for a farther boone
    The Nimphe hee pray’d,
    Whereto she say’d,
  Forgoe mee nowe, come to mee soone.

But in vaine shee did conjure him
  For to leave her presence soe,
Havinge a Thousand meanes t’alure him,
  & but one to lett him goe.
    Where lipps delighte,
    & eyes invite,
  & cheeks as fresh as rose in June,
    Persuade to staie,
    What boots to saye
  Forgoe mee nowe, come to mee soone.

Hee demaunds what time or leisure
  Can there be more fitt then nowe:
She saies, night gives love that pleasure,
  Which the day cannot alowe.
    The sunns clere light
    Shyneth more bright
  Quoth hee more fairer then the moone
    For her to praise
    Hee love, shee saies,
  Forgoe mee nowe, come to mee soone.

With greife of heart this shepheard hasted
  Up the mountaine to his flocks,
Then hee tooke a reed and piped
  Th’echo sounded through the rocks,
    Thus did hee plaie
    & wishe the day
  Were spent, & night were come ere noone,
    For silent night
    Is loves delight
  Ile goe to faire Dulcina soone.

Beauties Darling faire Dulcina
  Like to Venus for her love
Spent the day away in passion
  Mourninge like the Turtle Dove,
    Melodiouslie,
    Notes lowe & highe
  Shee farbled forth this dolefull tune,
    O come againe,
    Sweete sheppard swaine,
  Thou canst not be with mee to soone.

When as Thetis in her pallace
  Had receiv’d the prince of light
Came in Coridon the shepheard,
  To his love and hearts delight.
    The Pan did plaie
    The wood Nimphes they
  Did skip & daunce to heare the tune,
    Hymen did saie
    T’was holidaie,
  Forgoe mee nowe, come to mee soone.

Sweete, hee say’d, as I did promise
  I am nowe return’d againe,
Longe delaie you knowe breeds daunger
  & to lov’rs breedeth paine.
    The Nimph say’d then
    Above all men
  Still welcome shepheard morne & noone,
    The shepheard praies,
    Dulcina saies,
  Shepheard, I doubt y’are come to soone.

Come you nowe to overthrowe mee,
  Out alas I am betray’d,
Deare, is this the love you shewe mee
  To betraie a silly maide.
    Helpe, helpe, ay mee,
    I dare not speake
  I dare not crie, my heart will breake.
    What, all alone?
    Nay, then I finde
  Men are to stronge for woemen kinde.

O sillie foole, whie doubt I tellinge
  When I doubted not to truste.
If my bellie fall a swellinge
  There’s noe helpe but out it must.
    Ay mee, the greife,
    Ay mee, the shame,
  When I shall beare the common name.
    Yet att the worst
    Of my disgrace
  I am not first, nor shal be laste.

La prima menzione di As at noon Dulcina rested risale al 1690, mentre la prima pubblicazione nota è del 1707 e si deve a Thomas D’Urfey, che l’inserì nella sua monumentale silloge intitolata Wit and Mirth, or Pills to Purge Melancholy (1698-1720). La musica è caratterizzata da un brusco cambio di ritmo e andamento al 5° verso della strofe: a una prima parte fluente, in ritmo binario, fa seguito una seconda parte saltellante, in ritmo ternario. Questo particolare induce a pensare che la musica fosse in origine destinata alla danza e che il brano con molta probabilità facesse parte di un masque, un genere di rappresentazione teatrale che andava molto in voga in Inghilterra ai tempi di Giacomo I.
Ebbe vita propria come composizione soltanto strumentale, mantenendo perlopiù il titolo di Dulcina derivatole dal testo dello pseudo-Raleigh. Purtuttavia, in precedenza William Brade (un inglese attivo a Amburgo: l’abbiamo già incontrato, per esempio qui) l’aveva rielaborato a cinque parti strumentali e pubblicato con il titolo di Turkische Intrada; qui è interpretato dai Musicians of the Globe diretti da Philip Pickett:


Folk songs: 8. Annie Laurie


Annie Laurie, ballad scozzese attribuita a William Douglas (1672? - 1748) con melodia di Alicia Scott (nata Alicia Ann Spottiswoode, 1810 - 1900). Interpreti Deanna Durbin (registrazione del 1936: Durbin aveva 14 anni) e, in un arrangiamento di Alice Parker e Robert Shaw, il Westminster Choir diretto da Joseph Flummerfelt.

Maxwelton’s braes are bonnie,
Where early fa’s the dew,
‘Twas there that Annie Laurie
Gi’ed me her promise true.
Gi’ed me her promise true —
Which ne’er forgot will be,
And for bonnie Annie Laurie
I’d lay me down and dee.

Her brow is like the snaw-drift,
Her neck is like the swan,
Her face it is the fairest,
That ‘er the sun shone on.
That ‘er the sun shone on —
And dark blue is her e’e,
And for bonnie Annie Laurie
I’d lay me down and dee.

Like dew on gowans lying,
Is the fa’ o’ her fairy feet,
And like winds, in simmer sighing,
Her voice is low and sweet.
Her voice is low and sweet —
And she’s a’ the world to me;
And for bonnie Annie Laurie
I’d lay me down and dee.

Secondo la tradizione, l’amore fra William Douglas, capitano dei Royal Scots, e Annie, figlia di Robert Laurie, primo baronetto di Maxwellton, fu osteggiato dal padre di lei, forse perché Annie era all’epoca molto giovane, o forse perché Douglas era fedele alla causa giacobita. Comunque sia, si sa per certo che Douglas infine si consolò fra le braccia di una ereditiera del Lanarkshire, Elizabeth Clerk di Glenboig: i due convolarono a nozze nel 1706 a Edimburgo. Tre anni dopo, Annie sposò Alexander Fergusson, 14° Laird di Craigdarroch; ebbe una vita relativamente felice e morì ottantunenne nel 1764.
Non è certo che il testo della ballata sia stato scritto da William Douglas: è probabile che il vero autore sia lo scrittore e giornalista scozzese Allan Cunningham (1784 - 1842), il quale collaborò alla stesura del Ballad Book curato da Charles Kirkpatrick Sharpe (1781? - 1851), la cui edizione originale, del 1823, contiene la prima pubblicazione a stampa di Annie Laurie. Il testo fu poi rimaneggiato da Alicia Scott per adattarlo alla musica da lei stessa precedentemente composta per un’altra poesia scozzese, Kempye Kaye.


Il fantasma della camera azzurra
(Storia di mio zio)

— Non voglio impaurirvi — iniziò mio zio, con tono di voce particolarmente solenne, per non dire che faceva gelare il sangue nelle vene — e, se preferite che non ne parli, non lo farò; ma il fatto è che proprio questa casa, dove siamo ora riuniti, è infestata.

— Non me lo dica! — esclamò Mister Coombes.

— Che mi dice a fare di non dirglielo, se l’ho appena detto? — ribatté lo zio con una certa stizza. — Lei dice cose assurde! Vi dico che questa casa è infestata. Regolarmente, la Vigilia di Natale, la Camera azzurra [a casa dello zio chiamavano Camera azzurra la stanza vicina a quella dei bambini, perché quasi tutto il servizio da toletta era di quel colore] è infestata dal fantasma di un criminale, un uomo che una volta uccise con un pezzo di carbone uno di quei cantanti che, a Natale, vanno di casa in casa.

— Come fece? — chiese Mister Coombes, con curiosità e impazienza. — Fu difficile?

— Non so come fece — rispose lo zio, — non mi spiegò il procedimento. Il cantante era in piedi dentro l’entrata principale e stava cantando una ballata. Si presume che, quando aprì la bocca per il si bemolle, il criminale abbia lanciato il pezzo di carbone da una delle finestre e questo si sia infilato nella gola del cantante e l’abbia soffocato.

— Bisogna essere un bravo tiratore, ma vale certamente la pena di provare — mormorò pensosamente Mister Coombes.

— Ma quello non fu il suo unico crimine, ahimé! — aggiunse lo zio. — Prima, aveva ucciso un solista di cornetta.

— No! Ma è un fatto veramente accaduto? — chiese Mister Coombes.

— Certo che è un fatto veramente accaduto — rispose lo zio, irritato. — Almeno, per quanto si possa parlare di fatti in casi di questo tipo. Com’è pignolo, stasera. Le prove indiziarie erano schiaccianti. Il poveretto, il solista di cornetta, si trovava in questa zona da appena un mese. Il vecchio Mister Bishop, che allora gestiva il Jolly Sand Boys, e dal quale ho saputo la storia, diceva di non aver mai visto un solista di cornetta più operoso e attivo. Il solista di cornetta conosceva solo due motivi, ma Mister Bishop diceva che quell’uomo non avrebbe potuto suonare con più energia, né per più ore al giorno, se ne avesse conosciuti quaranta. I due motivi che suonava erano Annie Laurie e Home! Sweet Home! e, per ciò che concerne l’esecuzione della prima melodia, Mister Bishop diceva che l’avrebbe capita anche un bambino. Questo musicista, questo povero artista senza amici, aveva l’abitudine di venire regolarmente a suonare in questa strada, proprio qui di fronte, due ore ogni sera. Una sera, fu visto entrare proprio in questa casa, evidentemente in risposta a un invito, ma non fu mai visto uscirne!

— I cittadini provarono a offrire una ricompensa per il suo ritrovamento? — chiese Mister Coombes.

— Neanche mezzo penny — replicò lo zio.

— Un’altra estate — continuò lo zio, — venne qui una banda musicale tedesca, che voleva (così annunciarono, al loro arrivo) fermarsi fino all’autunno. Due giorni dopo il loro arrivo, tutta la compagnia, dei pezzi d’uomini così sani e vigorosi che faceva piacere guardarli, fu invitata a cena da questo criminale e, dopo aver passato a letto le ventiquattr’ore successive, lasciò la città: degli uomini finiti, gravemente ammalati di dispepsia. Il medico condotto, che li aveva assistiti, disse che, secondo lui, difficilmente anche uno solo di loro sarebbe stato in grado di suonare di nuovo un’aria.

— Lei… lei non conosce la ricetta, vero? — chiese Mister Coombes.

— Sfortunatamente no — replicò lo zio, — ma si disse che l’ingrediente principale fosse pasticcio di carne di maiale del buffet della stazione. Ho dimenticato gli altri crimini di quest’uomo — continuò lo zio, — prima li conoscevo tutti, ma la mia memoria non è più quella di una volta. Non penso, comunque, di fare torto alla sua memoria se affermo che non fu del tutto estraneo alla morte, e poi al seppellimento, di un signore che suonava l’arpa con le dita dei piedi; e che non aveva la coscienza pulita neppure circa la tomba solitaria di un forestiero sconosciuto che venne una volta in questa zona, un contadinello italiano che suonava l’organetto di Barberia. Ogni anno, la Vigilia di Natale — disse lo zio in tono basso e solenne, rompendo lo strano silenzio sgomento che, come un’ombra, sembrava essersi lentamente infiltrato, furtivo, nella stanza, per poi avvolgerla completamente, — il fantasma di questo criminale infesta la Camera azzurra, proprio in questa casa. Là, da mezzanotte fino al canto del gallo, tra grida selvagge soffocate e gemiti e risate di scherno e il suono spettrale di orridi tonfi, sostiene una fiera lotta fantasma con gli spiriti del solista di cornetta e del cantante assassinato, aiutati, ogni tanto, dalle ombre della banda musicale tedesca, mentre il fantasma dell’arpista strangolato suona folli melodie spettrali, con dita di piedi fantasma, sullo spettro di un’arpa rotta.

Lo zio disse che la Camera azzurra era praticamente inutile, come camera da letto, la Vigilia di Natale.

— Ascoltate! — disse lo zio alzando una mano verso il soffitto, in segno di ammonimento, mentre noi trattenevamo il respiro e ascoltavamo. — Ascoltate! Credo che siano loro: nella Camera azzurra!

da Jerome K. Jerome, Storie di fantasmi per il dopocena
(Told After Supper, 1891. Qui il testo originale.)


Jean-Baptiste Arban (1825 - 1889): Variazioni per cornetta a pistoni su Home! Sweet Home! di sir Henry Bishop (1786 - 1855).


Folk songs: 6. The Oak and the Ash

 
Anonimo (secolo XVI): The oak and the ash, ovvero The Northern Lasse’s Lamentation. Alfred Deller, controtenore; Desmond Dupré, liuto.

A North Country maid up to London had strayed
Although with her nature it did not agree,
She wept, and she sighed, and she bitterly cried:
I wish once again in the North I could be.
Oh the oak and the ash and the bonnie ivy tree,
They flourish at home in my own country.

While sadly I roam, I regret my dear home
Where lads and young lasses are making the hay,
The merry bells ring and the birds sweetly sing,
And maidens and meadows are pleasant and gay.
Oh the oak and the ash and the bonnie ivy tree,
They flourish at home in my own country.

No doubt, did I please, I could marry with ease,
Where maidens are fair many lovers will come.
But he whom I wed must be North Country bred,
And carry me back to my North Country home.
Oh the oak and the ash and the bonny ivy tree,
They flourish at home in my own country.


Una serie di variazioni sulla melodia di The Oak and the Ash, opera di Giles Farnaby (c1563 - 1640), si trova con il titolo Quodlings Delight nel Fitzwilliam Virginal Book (n. [CXIV]). Qui la composizione di Farnaby è interpretata al clavicembalo da Pieter-Jan Belder:


La medesima melodia ha inoltre dato origine a diverse danze popolari, fra cui una contraddanza pubblicata con il numero 52 nella fortunata raccolta The English Dancing Master (16511) di John Playford: il brano reca il suggestivo titolo di Goddesses, probabilmente ispirato da quello di un masque, The Vision of the Twelve Goddesses, scritto da Samuel Daniel e rappresentato nel 1604. Ecco Goddesses in un arrangiamento di Bernard Thomas interpretato dal bravissimo Nicolas Fendt, che suona chitarra rinascimentale, liuto-chitarra, flauto dolce soprano, contralto, tenore e basso, e percussioni:


Folk songs: 4. Blue cap

Anonimo (XVII secolo): Blew-cap for me. Ellen Hargis, soprano; Paul O’Dette, cittern.
Il testo fu pubblicato per la prima volta intorno al 1634 con il titolo Blew cap for me. Or, A Scottish lasse her resolute chusing shee’l have bonny blew-cap, all other refusing. To a curious new Scottish tune called Blew-cap.

There lives a blithe Lasse in Faukeland towne,
   and shee had some suitors, I wot not how many;
But her resolution she had set down,
   that shee’d have a Blew-cap gif e’re she had any:
        An English man,
           when our good king was there,
        Came often unto her,
           and loved her deere:
        But still she replide, «Sir,
           I pray let me be,
        Gif ever I have a man,
           Blew-cap for me.»

A Frenchman, that largely was booted and spur’d,
   long lock’t, with a Ribon, long points and breeches,
Hee’s ready to kisse her at every word,
   and for further exercise his fingers itches:
        «You be pritty wench,
           Mistris, par ma foy;
        Be gar, me doe love you,
           then be not you coy.»
        But still she replide, «Sir,
           I pray let me be;
        Gif ever I have a man,
           Blew-cap for me.»

An Irishman, with a long skeane in his hose,
   did tinke to obtaine her it was no great matter;
Up stayres to her chamber so lightly he goes,
   that she ne’re heard him until he came at her.
        Quoth he, «I do love you,
           by fate and by trote,
        And if you will have me,
           experience shall shote.»
        But still she replide, «Sir,
           I pray let me be;
        Gif ever I have a man,
           Blew-cap for me.»

A Dainty spruce Spanyard, with haire black as jett,
   long cloak with round cape, a long Rapier and Ponyard;
Hee told her if that shee could Scotland forget,
   hee’d shew her the Vines as they grow in the Vineyard.
        «If thou wilt abandon
           this Country so cold,
        Ile shew thee faire Spaine,
           and much Indian gold.»
        But stil she replide, «Sir,
           I pray let me be;
        Gif ever I have a man,
           Blew-cap for me.»

A haughty high German of Hamborough towne,
   a proper tall gallant, with mighty mustachoes;
He weepes if the Lasse upon him doe but frowne,
   yet he’s a great Fencer that comes to ore-match us.
        But yet all his fine fencing
           could not get the Lasse;
        She deny’d him so oft,
           that he wearyed was;
        For still she replide, «Sir,
           I pray let me be;
        Gif ever I have a man,
           Blew-cap for me.»

At last came a Scottish-man (with a blew-cap),
   and he was the party for whom she had tarry’d;
To get this blithe bonny Lasse ‘twas his gude hap,–
   they gang’d to the Kirk, & were presently marry’d.
        I ken not weele whether
           it were Lord or Leard;
        They caude him some sike
           a like name as I heard;
        To chuse him from au
           she did gladly agree,–
        And still she cride, «Blew-cap,
           th’art welcome to mee.»

La melodia è presente nella prima edizione (1651) della raccolta The English Dancing Master, curata da John Playford, con il titolo Blew Cap (n. 2). Qui è eseguita dai City Waites diretti da Lucie Skeaping:


Blew cap

Folk songs: 3. Cold and raw

 
Anonimo (sec. XVII): Cold and raw ovvero The Maid who Sold her Barley o anche The Farmer’s Daughter, ballad di probabile origine scozzese. The Baltimore Consort.

Cold and raw the North did blow, bleak in a morning early;
All the trees were hid with snow, cover’d with winter fearly.
As I came riding o’er the slough, I met with a farmer’s daughter,
Rosie cheeks, and bonny brow, geud faith, made my mouth to water.

Down I vail’d my bonnet low, meaning to show my breeding,
She return’d a graceful bow, her visage far exceeding:
I ask’d her where she went so soon, and long’d to begin a parley:
She told me to the next market town, a purpose to sell her barley.

«In this purse, sweet soul!» said I, «twenty pound lies fairly,
Seek no farther one to buy, for I’se take all thy barley:
Twenty more shall purchase delight, thy person I love so dearly,
If thou wilt lig by me all night, and gang home in the morning early.»

«If forty pound would buy the globe, this thing I’s not do, sir;
Or were my friends as poor as Job, I’d never raise’em so, sir:
For shou’d you prove to-night my friend, we’se get a young kid together,
And you’d be gone e’r nine months end, & where shall I find the father?»

«Pray what would my parents say, if I should be so silly,
To give my maidenhead away, and lose my true love, Billy!
Oh this would bring me to disgrace, and therefore I say you nay, sir;
And if that you would me embrace, first marry, & then you may, sir!»

I told her I had wedded been, fourteen years and longer,
Else I’d chuse her for my queen, and tye the knot yet stronger.
She bid me then no farther roame, but manage my wedlock fairly,
And keep my purse for poor spouse at home, for some other should have her barley.

Then as swift as any roe, she rode away and left me;
After her I could not go, of joy she quite bereft me:
Thus I my self did disappoint, for she did leave me fairly,
My words knock’d all things out of joint, I lost both the maid and the barley.

Il testo è compreso nella monumentale silloge Wit and Mirth, or Pills to Purge Melancholy curata da Thomas D’Urfey, la cui 1a edizione risale al 1698; nel corso degli anni è stato associato a musiche diverse: la versione del Baltimore Consort adotta la melodia di Stingo, or The Oyle of Barley, un jig (danza) tratta dalla raccolta The English dancing master (16511, n. 10) di John Playford; stingo e oil of barley sono due modi di dire popolari con i quali all’epoca si indicava una birra forte a gradazione elevata. Ecco Stingo nell’interpretazione dei Musicians of Swanne Alley:

 
La melodia doveva essere assai popolare nel primo Settecento, tant’è vero che Pepusch la utilizzò per rivestire di musica l’aria «If any Wench Venus’s Girdle wear», cantata da Mrs Peachum nella 4a scena del I atto della Beggar’s Opera di John Gay (rappresentata per la 1a volta nel 1728). Qui è eseguita dall’ensemble The Broadside Band diretto da Jeremy Barlow, con Patrizia Kwella voce solista:

If any Wench Venus’s Girdle wear,
 Though she be never so ugly;
Lilies and Roses will quickly appear,
 And her Face look wond’rous smugly.

Beneath the left Ear so fit but a Cord,
 (A Rope so charming a Zone is!)
The Youth in his Cart hath the Air of a Lord,
 And we cry, There dies an Adonis!

All’aria di Mrs Peachum la Broadside Band fa seguire [a 1:17] una breve serie di variazioni per violino e basso continuo sulla medesima melodia, pubblicate con il titolo Up in the Morning Early dal compositore e violinista scozzese William McGibbon (1690 - 1756).

Playford 1651

Folk songs: 2. The three ravens

Thomas Ravenscroft (c1582 - c1635): The three ravens. Versione per 1 voce e liuto: Alfred Deller e Desmond Dupré; versione per 4 voci e viol consort: Theatre of Voices diretto da Paul Hillier (voce solista Else Torp) e Fretwork.
Nell’interpretazione di Deller, le strofe sono accorpate a due a due.

There were three ravens sat on a tree,
  down a down, hay down, hay down,
There were three ravens sat on a tree,
  with a down,
There were three ravens sat on a tree,
They were as black as black could be,
  with a down, derry, derry, derry, down, down.

And one of them said to his mate:
Where shall we our breakfast take?

Down, [down] in yonder green field,
There lies a knight slain with his shield.

His hounds they lie down at his feet,
So well they their master keep.

His hawks they fly so eagerly,
There’s no fowl dare him come nie.

Down there comes a fallow doe,
As great with young as she might go.

She lift up his bloody head,
And kissed his wounds that were so red.

She got him up upon her back,
And carried him to earthen lake.

She buried him before the prime.
She was dead herself ere even-song time.

God send every gentleman
Such hawks, such hounds, and such a leman.

Non si hanno molte notizie su Ravenscroft, che però fu molto ammirato e stimato dai musicisti suoi contemporanei. Più che per le sue composizioni originali, è noto per un cospicuo numero di raffinati arrangiamenti di melodie tradizionali — qual è appunto The three ravens — che Ravenscroft pubblicò in tre diverse raccolte: Pammelia (1609), Deuteromelia: or The Second part of Musicks melodie (1609) e Melismata (1611).
Il nome di Ravenscroft comparirà spesso in questo blog 😉

Edward Frederick Brewtnall (1846-1902): The Three Ravens, acquerello su carta, c1883

Folk songs: 1. Greensleeves

Anonimo (sec. XVI) Greensleeves, ballad (versione per voce e liuto); gli interpreti sono Donna Stewart e Ron Andrico, ossia il duo Mignarda, che ritroveremo più volte in un prossimo futuro. Buone emozioni a tutti 🙂

Alas, my love, you do me wrong
To cast me off discourteously,
And I have loved you so long,
Delighting in your company.

  Greensleeves was all my joy,
  Greensleeves was my delight,
  Greensleeves was my heart of gold,
  And who but my lady Greensleeves.

I have been ready at your hand,
To grant whatever you would crave;
I have both waged life and land,
Your love and good-will for to have.

I bought thee petticoats of the best,
The cloth so fine as fine might be:
I gave thee jewels for thy chest;
And all this cost I spent on thee.

Thy crimson stockings all of silk,
With gold all wrought above the knee,
Thy pumps as white as was the milk,
And yet thou wouldst not love me.

Well! I will pray to God on high,
That thou my constancy mayst see,
And that, yet once before I die,
Thou wilt vouchsafe to love me!